Curioso caso di “cattolico illuminato”, quello del marchese Scipione Maffei, ma, in realtà, figura abbastanza tipica dell’Italia settentrionale del Settecento: formato dai gesuiti, ufficiale dell’esercito bavarese, ma anche erudito, antichista, storico, letterato. Convinto assertore dell’inesistenza della magia e dell’occulto, come la moda prevedeva tra tutti i suoi colleghi illuministi. Convinto assertore della libertà della conoscenza, comincia a mettere assieme una vasta collezione di pezzi antichi, per lo più iscrizioni epigrafiche. Raccoglie collezioni già esistenti, e talvolta, pare, rubacchia qua e là dei pezzi. Nel 1719, in una lettera, scrive: «Che giova averne due quattro o sei [si riferisce alle lapidi, ovviamente]? quando non se n’ha serie e molte quantità non fanno effetto alcuno. Che giova privatamente averne in villa o quasi nascoste qua e là? quando non siano in un luogo libero e a tutti pubblico, per gli studiosi sono inutili». Da questa avvenieristica azione nasce quello che fu la prima raccolta aperta al pubblico di epigrafia, il Museo Lapidario Maffeiano (qui e qui). Ricordiamo a beneficio di tutti che parliamo del secondo decennio del ‘700, epoca in cui l’idea stessa di museo, un luogo aperto alla fruizione pubblica, era ancora a venire; ma l’Illuminismo piantava i primi semi che si sarebbero sviluppati nei secoli successivi.

Avvenieristica fu pure, per l’epoca, l’idea di creare uno specifico contesto architettonico per ospitare i pezzi: un’idea che avrebbe creato un importantissimo precedente iconografico ma non solo per l’evoluzione architettonica dei musei. Oggi l’edificio ha subito numerosi rifacimenti, in epoche diverse. Rimane uno spazio aperto, ricordo della corte con peristilio originale (in alto la veduta). All’interno, invece, vengono ospitate opere greche, etrusche e romane; oggetti di culto, iscrizioni votive, ma per lo più monumenti funebri (qui sopra). Cammini nel silenzio del museo, dove non c’è nessuno, tranne una guardiasala, in mezzo a questi piccoli ricordi, minori sia nella fattura che nelle dimensioni: testimonianza di piccole vite finite. Secoli fa. Memorie di un amico naufragato in mare, di un fratello non tornato dalla guerra, di un figlio piccolo che ebbe il nome di un attore famoso (la stele che si vede qui sopra con i due genitori e il piccolo in mezzo). E mentre da fuori viene attutito il rumore della gente (ieri passava il Giro d’Italia da Verona), capisco che mi trovo più a mio agio qui dentro, in mezzo a gente che non c’è più da due migliaia di anni, ma che ancora cerca di dirmi qualcosa, attraverso queste pietre. Il minimo che posso fare è onorarli anche io.

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Già il fatto che arrivi e suoni al citofono per entrare (come scritto nel sito) può essere simpatico. Civico numero uno di Prato della Valle, Palazzo Angeli. Se poi capiti di là la terza domenica del mese, non solo il biglietto è gratuito, ma poi trovi in piazza il mercatino delle pulci. Insomma: suoni, fai tre piani di scale e arrivi nel sottotetto del Palazzo che ospita il Museo. Magari piccolo in quanto a metri quadri ma veramente ricco e curioso in quanto a pezzi conservati: trattasi della collezione privata di Laura Minici Zotti, che è anche la direttrice del Museo stesso. E quando c’è da azionare le macchine, pure di questo si occupa. Questi spazi infatti raccolgono svariate invenzioni settecentesche e ottocentesche che simulano vedute, tridimensionalità, movimento. Insomma, tutti i precedenti tecnici di Avatar… Su tutte la serie interessantissimea di “Lanterne Magiche“, ovverosia un antenato dei moderni proiettori; con la differenza che al posto delle diapositive ci sono vetrini dipinti a mano, alcuni dei quali con movimenti meccanici, o in serie (come sopra nell’immagine).

Chicca finale: una camera ottica puntata all’esterno, su Prato della Valle. La camera ottica è uno strumento già descritto anticamente, probabilmente usato già alla fine del ‘400, ed entrato in auge con la grande stagione vedutistica del ‘700. Antonio Canal detto Canaletto, tanto per citare qualche utilizzatore. Prima, forse anche Vermeer.

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Quasi rischi di trascurare questo palazzo bolognese, Palazzo Poggi, in mezzo ad una via (via Zamboni) non certo priva di altre attrattive architettoniche. Ma se non lo sottovalutate, vi regalerà più di una sorpresa. Oltre alla biblioteca di non so più quale Dipartimento che si occupa d’Oriente, al piano nobile vi trovate un curioso Museo. Già nel Settecento, infatti, il palazzo era stato destinato all’Istituto delle Scienze: ciò significò lavori, ricostruzioni, aggiunte di nuove parti (un osservatorio astronomico, tanto per gradire). Eppure il meglio deve ancora venire, perché nell’Istituto si faceva ottima ricerca secondo i nuovi criteri scientifici illuministici. Questo significa: strumentazioni, arnesi dal curioso e misterioso aspetto, camere oscure, prismi e quant’altro. Ancora: incredibili modelli anatomici in terracotta e cera con qualsiasi parte del corpo umano dovutamente dissezionata. Di più: in questa collezione è confluito quanto rimane di due raccolte di fondamentale importanza, quella di Cospi e di Aldrovandi (guardate qui e qui), tipico esempio di wundekammer. Elenco: animali impagliati, fossili, conchiglie, corna, denti di narvalo…

Da considerare anche il fatto che questo quasi sconosciuto Museo è ad entrata gratuita. Consiglio caldamente la guidina. Economica, essenziale, ben fatta. Buona visita.

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