vallata nebbiosaQuello che vedete a sinistra non è la fine del mondo, bensì la Conca del Prà, una vallata raggiungibile con una passeggiata di circa 2 ore per i non allenati.

Da Torino in auto si guida per circa un’ora e mezza, e si parcheggia a Villanova.

Da lì parte il sentiero ben segnalato.

Come meta avevamo il Rifugio Willy Jervis, e la camminata era solo un pretesto per farci salire la fame e pranzare con menù fisso e abbondante (antipasto di formaggi ed affettati, spezzatino e salsicce al sugo con polenta, crostata e caffè). Il tutto a soli 15 euro, bevande escluse.

 

 

 

 

“Mio zio Ranieri è un omone grande e grosso che però si muove con incredibile agilità tra i fornelli e mi prepara deliziosi manicaretti”. Il tema di questo bambino descrive perfettamente il signor Ranieri, cuoco nonchè proprietario del ristorante Al Gnotul.

Il locale, caldo e accogliente, è frequentatissimo per il pranzo da operai e lavoratori della zona, il che è garanzia della qualità del cibo e del vino servito. Piatti tipici della tradizione locale, ingredienti genuini e portate abbondanti. Il menù a pranzo è fisso, e alla modica cifra di 10 euro si possono gustare primo, secondo, contorno, frutta, caffè, acqua e vino.

Se quando avete terminato il vostro pasto siete ancora in grado di camminare sulle vostre gambe potete visitare il castello di Rive d’Arcano, con le sue storie di assassinii truculenti e cadaveri murati.

Qui

Visitato da Laura

e Gianluca

Il cosiddetto “sushi wok” è un tipo di ristorante, rigorosamente gestito da cinesi, dove è possibile mangiare a sazietà pagando una quota fissa intorno ai 16€. Il menu a buffet va dal sushi ai ravioli cinesi al vapore, dal fritto all’insalata, dalle cose cucinate alla piastra a quelle saltate col wok.
Non necessariamente il nome del ristorante contiene sia “sushi” che “wok”, ma se dovete fare una ricerca su google sono i termini giusti da cui partire. Personalmente sono andato solo ai due che trovate nella mappa, ma più persone mi hanno garantito che ne esistono molti altri.

Tra le varie cose che accomunano i “sushi wok” c’è la stessa attenzione verso l’interior design. Molto bianco e molta fedeltà all’ambiente precedente. Ovvero, a Mestre sembra di stare in una mensa e a Padova sembra di stare in un magazzino.

La prima volta che ci sono andato ho rischiato l’indigestione a causa della mia voracità. Così ho capito che esistono diversi approcci:

  1. mangio solo quello che conosco
  2. mangio quello che conosco ma assaggio anche il resto
  3. mangio un po’ di antipasto, qualcosa di fritto, del sushi, a scelta passo tra wok o piastra, il dolce
  4. devo riuscire a mangiare tutto quello che vedo

In generale è meglio sapere che: quello che si piastra non si wokka e viceversa, non tutto quello che sembra fresco è fresco.

Visitato da Giulio


Allora c’è questa città nel Caucaso Settentrionale, nella metà tranquilla, del Caucaso Settentrionale, che si chiama Kislovodsk.
Kislovodsk, si trova nel governatorato di Stavropol, e se putacaso vi trovate ad Astrachan, potete raggiungerla con un autobus a 1000rubliX15ore. È economico e non così terribile come sembra.

Tutto questo per dire che se per caso decidete di andare in Caucaso, e passare per Kislovodsk, e poi volete mangiare tanto, bene e a poco, vi conviene fermarvi da Mimino.
Mimino, è un ristorante di cucina tradizionale georgiana, che poi tra l’altro si chiama come un film, georgiano. In quattro ci abbiamo mangiato due portate a testa più il tè per un totale di 1150 R _ 27 € circa e uscita di scena rotolando.

Per arrivarci basta percorrere la via Żamičatelna, che è la principale del centro. È in una laterale facile da trovare, essendoci un cartello che lo indica, il ristorante. Però è meglio avere almeno un’infarinatura di russo, o quantomeno sapere il cirillico, che i caratteri latini, in Caucaso, manco se t’ammazzi.
Il servizio è meglio prenderlo con sportività. Sono veloci, ma di un’antipatia al limite del demenziale. In generale, le cameriere di Kislovodsk, sembrano odiare i clienti più di qualsiasi cosa al mondo.
Consiglio le zuppe e il montone alla georgiana. Anche solo per dare fastidio alla cameriera che insisterà che è meglio di no non credo che vi piacerà, e ripetendo all’infinito la parola uova come se fosse un sinonimo di uranio impoverito.

visitato da Ginevra

Antipastoteca di mare alla Voliga

Girovagando per una città sconosciuta non capita molto spesso di trovarsi per caso in un localino tipico, minuscolo, con cibo tradizionale di ottima qualità ed economico. All’antipastoteca ci sono pesci disegnati alle pareti, incollati e appesi ovunque, 5 o 6 tavoli, un cuoco artigiano e un figlio che impara il mestiere. L’antipasto misto è d’obbligo anche perché comprende una gustosa spiegazione del contenuto di tutti gli assaggini e dell’ordine in cui è preferibile mangiarli fatta al tavolo dallo stesso cuoco/proprietario, ordine da seguire rigorosamente per gustare appieno ogni sfumatura di sapore. La pluripremiata zuppa di pesce servita in una conchiglia gigante (se siete fortunati) è l’orgoglio della casa.

Ah, dimenticavo, il caffè è ovviamente con la moka.

visitato da Laura

Pizzeria Uniko – ex Willy

Milano è li, puzza, c’è smog, traffico, piove. Però è li. A due passi, allunghi la mano e c’è tutto. Ma proprio tutto. Vuoi una pizzeria che fa le pizze giganti, squisite e in cui puoi ancora fumare al tavolo come ai vecchi tempi?

C’è. È la “Pizzeria Willy 1”. “1” perché poi ne hanno aperte altre, ma la migliore resta quella vicino a Piazza 24 Maggio.

A due passi dai navigli è tra le migliori pizzerie milanesi. Occhio al parcheggio, ghe n’è minga. Ed è meglio prenotare se è venerdi o sabato.

Curioso particolare: siccome a Milano sono tutti un po’ avanti, è stato il primo locale di cui ho memoria nel quale ho visto usare quei bellissimi aggeggini tipo palmari per prendere le prenotazioni.
Inoltre, a fine cena, ti danno pure il gratta e vinci, può scapparci il dolce.

Milano è sempre Milano.

Guarda dov’è

visitato da Gianluca

The Haggerston è un ex pub riadattato a modesto bar dove i gestori, due intraprendenti ragazzi di 30 anni circa, sono riusciti a creare un ambiente ideale per l’apprezzamento della musica in generale. sessioni di rock’n’roll delle origini si alternano a dj set mai banali, tuttavia è sulla specialissima serata della domenica che voglio richiamare l’attenzione.
Le “uncle sam’s jazz&blues sundays” attirano centinaia di giovani che affollano il locale fino al limite di capienza, fino a sedersi a pochi centimetri dalle fluenti note che accompagnano la notte fino alle ore piccole. Niente selezione all’ingresso, niente pagamento per l’ammissione, ci si stringe perchè ci si sente in obbligo di condividere le melodie che galleggiano nel locale. Una media di 2 o 3 complessi si alternano esprimendo musica che a volte culla un’interessante conversazione ma che più spesso accattiva l’attenzione di tutti i presenti in modo irresistibile e intransigente.
Le bibite sono economiche e non pretenziose: per la maggior parte birra e sidro alla spina, una modesta scelta di birre in bottiglia, vino scadente e superalcolici da pub. L’ambiente è scuro ed intimo, con matttoni e travi a vista e fiocamente illuminato da candele che risaltano i chiaro scuri dei volti dei musicisti, espressioni forgiate dall’estasi del loro suono.
Divertente il bagno, con due entrate separate per donne e uomini che immettono nella stessa stanza.

visitato da Carlo

Salvage Bar (after dinner)

Se c’è una cosa che i salary man giapponesi amano fare la sera è sbronzarsi. Non ci vuole tanto, ma cercano comunque di farlo in grande stile. Allora salta fuori un micro-pub dal sapore vagamente australiano, il vagamente comprende una pacchianissima versione dell’Ultima Cena in bassorilievo vicino all’entrata del cesso e ammenicoli vari. Quattro tavolini e un lungo bancone assediato da alti sgabelli. Dietro, una riserva di superalcolici di discreta qualità e un giovane barista pronto ad ascoltare tutti i vostri problemi.
Il grande stile consiste nell’appoggiare sul bancone una banconota di grosso taglio e aspettare che si trasformi lentamente in fiumi di alcol. Di giappionese poco, forse qualche snack, sicuramente niente sake.
Le varietà di whiskey non sono male e, ovviamente, si può fumare dentro. Potete portarvi delle carte e giocare al tavolo. Metà degli sgabelli al bancone sono per gli habitué.

visitato da Giulio

Omino che prepara okonomiyaki

Okonomiyakiya (dinner)

Il posto non ha niente di caratteristico. Non attira nè turisti nè giapponesi. E’ un ristorantino minuscolo, ricavato da quello che potremmo chiamare garage dalle nostre parti, più probabilmente la veranda di un appartamento sul piano strada.
All’interno 3 tavoli per l’okonomiyaki, una frittatona tipica che viene cucinata e mangiata direttamente sul tavolo-piastra, possibilmente spennellata con una strana salsa forse apparentata con la soia. Il posto sembra sporco, ma in realtà è solo invecchiato male. Il proprietario è un serissimo uomo sulla sessantina, che fa da babysitter ai nipotini nella stanzetta accanto e ogni tanto passa a recuperarne uno che scorrazza tra i tavoli. Unica lingua possibile per comunicare: giapponese. Ma a gesti si riesce almeno a cenare.
Cibo surgelatissimo, bevande in bottiglia. Al muro poche cose, tra cui un caschetto da cantiere, residuo forse del secondo lavoro del ristoratore.
Prezzo stracciatissimo. Non so proprio capire perchè dovreste andarci. Ma io, se posso, ci torno.

visitato da Giulio


Buffet da Bepi (già bepi S-ciavo)

Se vedete una fila lunghissima fuori da una trattoria e avete la
serata libera che fate? Bè, io mi accodo. Anche se l’attesa è lunga, i
profumi che arrivano dall’interno sono praticamente un antipasto di
quello che finalmente si potrà gustare una volta entrati, vale a dire
maiale in ogni sua forma. Il menù è sempre lo stesso, piatto di maiale
che varia solo in base al numero di persone. Prezzo fisso 12 euro circa
a testa per mangiare fino a scoppiare. Il prezzo comprende cren a
volontà ma non comprende la cortesia del servizio, il cameriere di
turno inizia infatti a girolonzare attorno al tavolo con sguardo truce
non appena l’ultima briciola sparisce dal piatto per cui: alzarsi
pagare e uscire il prima possibile. Fuori uno dentro un altro…

Merita di essere letta anche la storia del locale

visitato da Laura