Pizzeria Uniko – ex Willy

Milano è li, puzza, c’è smog, traffico, piove. Però è li. A due passi, allunghi la mano e c’è tutto. Ma proprio tutto. Vuoi una pizzeria che fa le pizze giganti, squisite e in cui puoi ancora fumare al tavolo come ai vecchi tempi?

C’è. È la “Pizzeria Willy 1”. “1” perché poi ne hanno aperte altre, ma la migliore resta quella vicino a Piazza 24 Maggio.

A due passi dai navigli è tra le migliori pizzerie milanesi. Occhio al parcheggio, ghe n’è minga. Ed è meglio prenotare se è venerdi o sabato.

Curioso particolare: siccome a Milano sono tutti un po’ avanti, è stato il primo locale di cui ho memoria nel quale ho visto usare quei bellissimi aggeggini tipo palmari per prendere le prenotazioni.
Inoltre, a fine cena, ti danno pure il gratta e vinci, può scapparci il dolce.

Milano è sempre Milano.

Guarda dov’è

visitato da Gianluca

te dalla cina

Non ho la più pallida idea di come si chiami questo negozio di tè, ma lo potete riconoscere dalla scritta verde in vetrina: “more old, more expensive”.

Si tratta di un negozietto che fa angolo in Duolun road ed in effetti il tè non è tra i più economici. Molto piccolo, pieno di cianfrusaglie e con un tavolino da tè magicamente incastrato in fondo alla stanza. Se parlate un po’ di cinese la  proprietaria del negozio vi spiegherà insieme a suo figlio (o al suo giovane amante, non ho capito bene) che il tè pu’er più pregiato è quello stagionato in pani di diverse forme e dimensioni. Con 100 yuan, circa 12 euro, potrete portarvi a casa un pezzo di bambù contenente tè del 2005. Che evidentemente non ha nulla a che vedere con quello del 2004.

visitato da Giorgia

caravanserraglio 2

Caravanserraglio Gümrük

Ci si entra dal bazar. Senza fronzoli, è adatto per riprendersi dal caldo torrido. Ci sono vecchi che giocano a domino o a backgammon bevendo te, e piccoli sciuscià che girano per i tavoli a cercare clientela. La mia esperienza è stata di bambini che mi parlavano in turco, curdo e arabo, e di un curdo, Ridwan, che ha attaccato a chiacchierare  amichevolemente, per poi rivelarsi interessato solamente a vendermi tappeti…
Sgabellini della Coca-Cola a parte, mi è sembrato rimasto intatto nella sua essenza di luogo di ristoro, senza  corrompersi in quanto attrazione turistica.

visitato da Mattia

caravanserraglio

Caravanserraglio Hasan Paşa

E’ un antico caravanserraglio nel quartiere Dağkapı di Diyarbakır. Secondo il calendario islamico è stato costruito nel 1571 da Hasan Paşa. Oggi è uno dei centri turistici di Diyarbakır. Le stanze un tempo atte ad ospitare i viaggiatori, ora sono diventate piccoli negozi che vendono merce del luogo. Tappeti fatti a mano, scialli di seta, oggetti di ottone e argento lavorati in stile orientale e mobili antichi. Oltre a ciò, come è di moda dappertutto, ci sono anche negozi che vendono merce indiana. Il primo piano del caravanserraglio è occupato dai detti negozi mentre le stanze del secondo sono state adattate per diventare ristoranti. Né troppo costoso né molto economico. Purtroppo però appena scoprono che non sei del posto, anche se di poco, sentono il bisogno di aumentare il prezzo 🙂 Questi piccoli ristoranti offrono varietà di cibo sia di altre regioni della Turchia che locali. Dal momento che non ho avuto occasione di mangiare lì, non posso suggerire niente. Ma i cibi orientali sono buoni in genere; questo è un suggerimento valido, siatene certi. Nel momento in cui si entra nel caravanserraglio ci si trova su un ampio cortile, al cui centro c’è una piccola fontana. Intorno ad essa ci sono tavolini e sedie di un grazioso café. Il te e specialmente il caffè turco sono buoni, prezzi inclusi. Sebbene il te bevuto ad est sia forte, quello di qui era molto gradevole. Spero avrete l’opportunità di andarci.

visitato da Nükhet

Melbookstore

E’ una grande libreria e fa parte di una catena. Ma cosa ci posso fare? Ha due ottime qualità: libri scontati + settore dvd ben curato.
Adoro spulciare i molti scaffali dedicati ai libri usati o scontati. Mi spiace che questo abbia portato a ridurre il settore audio/video, il tipo che lo cura ce ne sa a pacchi. Spesso rischiate di trovare 5-6 dvd usati di provenienza estera, magari orientale.
Per il resto si comporta come qualsiasi altra grande libreria. I commessi sono gli stessi da quando ha aperto. Chiedete e vi sarà dato.

visitato da Giulio

The Haggerston è un ex pub riadattato a modesto bar dove i gestori, due intraprendenti ragazzi di 30 anni circa, sono riusciti a creare un ambiente ideale per l’apprezzamento della musica in generale. sessioni di rock’n’roll delle origini si alternano a dj set mai banali, tuttavia è sulla specialissima serata della domenica che voglio richiamare l’attenzione.
Le “uncle sam’s jazz&blues sundays” attirano centinaia di giovani che affollano il locale fino al limite di capienza, fino a sedersi a pochi centimetri dalle fluenti note che accompagnano la notte fino alle ore piccole. Niente selezione all’ingresso, niente pagamento per l’ammissione, ci si stringe perchè ci si sente in obbligo di condividere le melodie che galleggiano nel locale. Una media di 2 o 3 complessi si alternano esprimendo musica che a volte culla un’interessante conversazione ma che più spesso accattiva l’attenzione di tutti i presenti in modo irresistibile e intransigente.
Le bibite sono economiche e non pretenziose: per la maggior parte birra e sidro alla spina, una modesta scelta di birre in bottiglia, vino scadente e superalcolici da pub. L’ambiente è scuro ed intimo, con matttoni e travi a vista e fiocamente illuminato da candele che risaltano i chiaro scuri dei volti dei musicisti, espressioni forgiate dall’estasi del loro suono.
Divertente il bagno, con due entrate separate per donne e uomini che immettono nella stessa stanza.

visitato da Carlo

Salvage Bar (after dinner)

Se c’è una cosa che i salary man giapponesi amano fare la sera è sbronzarsi. Non ci vuole tanto, ma cercano comunque di farlo in grande stile. Allora salta fuori un micro-pub dal sapore vagamente australiano, il vagamente comprende una pacchianissima versione dell’Ultima Cena in bassorilievo vicino all’entrata del cesso e ammenicoli vari. Quattro tavolini e un lungo bancone assediato da alti sgabelli. Dietro, una riserva di superalcolici di discreta qualità e un giovane barista pronto ad ascoltare tutti i vostri problemi.
Il grande stile consiste nell’appoggiare sul bancone una banconota di grosso taglio e aspettare che si trasformi lentamente in fiumi di alcol. Di giappionese poco, forse qualche snack, sicuramente niente sake.
Le varietà di whiskey non sono male e, ovviamente, si può fumare dentro. Potete portarvi delle carte e giocare al tavolo. Metà degli sgabelli al bancone sono per gli habitué.

visitato da Giulio

Omino che prepara okonomiyaki

Okonomiyakiya (dinner)

Il posto non ha niente di caratteristico. Non attira nè turisti nè giapponesi. E’ un ristorantino minuscolo, ricavato da quello che potremmo chiamare garage dalle nostre parti, più probabilmente la veranda di un appartamento sul piano strada.
All’interno 3 tavoli per l’okonomiyaki, una frittatona tipica che viene cucinata e mangiata direttamente sul tavolo-piastra, possibilmente spennellata con una strana salsa forse apparentata con la soia. Il posto sembra sporco, ma in realtà è solo invecchiato male. Il proprietario è un serissimo uomo sulla sessantina, che fa da babysitter ai nipotini nella stanzetta accanto e ogni tanto passa a recuperarne uno che scorrazza tra i tavoli. Unica lingua possibile per comunicare: giapponese. Ma a gesti si riesce almeno a cenare.
Cibo surgelatissimo, bevande in bottiglia. Al muro poche cose, tra cui un caschetto da cantiere, residuo forse del secondo lavoro del ristoratore.
Prezzo stracciatissimo. Non so proprio capire perchè dovreste andarci. Ma io, se posso, ci torno.

visitato da Giulio


Buffet da Bepi (già bepi S-ciavo)

Se vedete una fila lunghissima fuori da una trattoria e avete la
serata libera che fate? Bè, io mi accodo. Anche se l’attesa è lunga, i
profumi che arrivano dall’interno sono praticamente un antipasto di
quello che finalmente si potrà gustare una volta entrati, vale a dire
maiale in ogni sua forma. Il menù è sempre lo stesso, piatto di maiale
che varia solo in base al numero di persone. Prezzo fisso 12 euro circa
a testa per mangiare fino a scoppiare. Il prezzo comprende cren a
volontà ma non comprende la cortesia del servizio, il cameriere di
turno inizia infatti a girolonzare attorno al tavolo con sguardo truce
non appena l’ultima briciola sparisce dal piatto per cui: alzarsi
pagare e uscire il prima possibile. Fuori uno dentro un altro…

Merita di essere letta anche la storia del locale

visitato da Laura

Il negozio Sultan vende scarpe di pelle, che secondo il volantino
dovrebbero essere in originale stile Ottomano. Nel suddetto volantino
c’è anche indicato un sito web, che è comunque in fase di costruzione (Tasarım aşamasında).

Il negozio lo si nota perché ha tutta una serie di scarpe appese fuori
come fossero verdura lasciata ad essiccare, ed anche per l’odore
caratteristico della pelle, che il volantino dice essere di bufalo
indiano, bue o pecora.

Entrando ci è parso d’essere in un
ristorante quanto l’odore era forte, tenendo comunque in considerazione
che ci saranno state un 200 scarpe appese al chiuso.

I prezzi vanno dalle 40 alle 55 lire turche, dividete per 2 ed ottenete il prezzo in euro.

Il padrone del negozio è simpatico, ci si può scherzare ed ironizzare
sull’odore delle scarpe, tanto che a battuta ci rispose: “Ve ne affetto
1 etto?” 🙂

Rimane comunque il dubbio su dove vengano prodotte,
soprattutto perché quando lo abbiamo chiesto, ci è stato risposto “in
casa” senza ulteriori specificazioni…comunque ho voluto prendermene
un paio nere, anche per verificare se l’odore andrà via o persisterà e
quindi decidere se diventerà il mio negozio di scarpette estive 🙂

visitato da Mattia